
Dottoressa Marcegaglia, usi la ragione
C’è qualcosa di già visto nelle vicende che le parti sociali vivono in questi giorni, con le divisioni tra i sindacati e le minacce di accordo separato. Ma la situazione questa volta è anche peggiore di quanto non fosse nel 2002. Questa volta è in gioco ben più di un Patto per l’Italia; stavolta è in gioco il sistema della contrattazione, l’architettura delle relazioni industriali, la carta d’identità di un sindacato.
Ma non c’è solo questo. Le conseguenze dell’applicazione del sistema messo sulla carta da Confindustria (che pare piacere a Cisl e Uil, nonostante sia assai lontano dalle richieste che le confederazioni avevano avanzato unitariamente) sarebbero assai negative non solo per i sindacati, ma soprattutto per i lavoratori. Che ne risulterebbero assai meno tutelati, economicamente ma non solo. Per questo la Cgil ha dichiarato di considerare esaurita questa fase della trattativa con Confindustria, chiedendo di ripartire dalla piattaforma unitaria e coinvolgendo le altre organizzazioni imprenditoriali.
C’è un’incredibile quantità di mistificazione e di pressappochismo in giro, tra i protagonisti della trattativa e tra i giornalisti che la commentano. Basti pensare a tutti i discorsi sulla necessità di tutelare e aumentare i redditi da lavoro. Se questa è l’esigenza, ma come si fa a essere d’accordo su un sistema che da un lato prevede per tutti una perdita salariale consistente anno per anno rispetto all’inflazione (senza recupero alla fine dei tre anni di valenza del contratto: questa sì che è una scala mobile, ma sempre e solo in discesa…) e dall’altro non dà nessuna garanzia di allargamento della platea di aziende interessate alla contrattazione di secondo livello, mantenendo la situazione attuale per cui solo una minoranza di lavoratori contratta sul luogo di lavoro? Ma che sindacato è quello che accetta un’impostazione simile? Davvero può bastare la concessione di qualche ente bilaterale per arrivare a questo?
E poi c’è la solita litania sulla posizione “politica” della Cgil. Ma per favore, smettiamola con questa accusa ridicola (che serve solo a sfuggire al merito delle cose). Che cosa c’è di più sindacale di chiedere che nel proprio giudizio su una vertenza si faccia almeno riferimento alle richieste che sono state avanzate? O le piattaforme sono ormai un optional, una liturgia cui si consente per tenere buoni quei “vetero” della Cgil, che tanto poi quello che importa è firmare, qualunque cosa purché si firmi.
La situazione adesso è nelle mani di Confindustria, che dovrà decidere se andare a un’intesa senza (e anzi contro) la Cgil. Al di là della questione di quale valore potrebbe avere un’intesa senza il maggiore sindacato italiano, c’è un altro aspetto che gli imprenditori dovrebbero tenere presente. Nella sua “Ipotesi di accordo” Confindustria ha messo - tra le altre cose inaccettabili - un reticolo di norme e sanzioni per imbrigliare il conflitto a tutti i livelli. Che senso potrebbe avere - e quale pace sociale potrebbe garantire - un sistema non condiviso da quel sindacato che, proprio in qualche categoria dell’industria, ha da solo più iscritti che Cisl e Uil messe assieme? Davvero il passato non ha insegnato niente? C’è chi dice che la storia serva solo per poter rifare gli stessi errori, solo sapendo già da prima quello che potrebbe succedere poi. Speriamo vivamente che la dottoressa Marcegaglia la pensi diversamente.
di Enrico Galantini
03/10/2008
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