La casta siciliana

- Fuori i fannulloni, dentro i cugini. Questione di Dna: per parentela diretta con un potente si diventa funzionario regionale. Senza concorso e senza angosce da precari.

Per risolvere il problema del precariato Silvio Berlusconi in tv, durante la campagna elettorale, aveva dato a una giovane la sua ricetta personale: “Io, da padre, le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere”. Sposati un ricco, sistemati in famiglia.
Di che stupirsi, dunque, se “in famiglia” si sono sistemati i parenti (e i parenti degli amici che contano) dei nuovi amministratori regionali siciliani, chiamati a far da segretari, consulenti, assistenti negli uffici pubblici… e pazienza se sono pagati dai contribuenti.
Sono venuti fuori veri recordman nello sport del sistemare i parenti, come Francesco Scoma, assessore regionale alla Famiglia - di nome e di fatto - che ha sistemato sorella, cugino, cognata (ma anche la sorella e l’assistente del presidente del Senato Renato Schifani, e neppure solo loro).
Anche l’assessore al Bilancio, Michele Cimino, non è stato da meno, e ha dato il posto a un paio di cugini suoi e a un altro paio di consanguinei di Gianfranco Micciché, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. La mappa della nuova parentopoli si allarga a macchia d’olio, e fa sembrare dilettanti i raccomandati della Prima Repubblica.
Tutti neo-assunti, neo-trasferiti, neo-consulenti. Eppure proprio il neo-presidente Raffaele Lombardo, a fine settembre, di fronte al “primato” siciliano sul numero dei dipendenti pubblici (21mila, contro i 3.700 della Lombardia) aveva dichiarato: “I nostri dipendenti sono troppi, ho bloccato tutte le assunzioni fino a quando l’eccesso non sarà ridimensionato grazie ai pensionamenti”. Parenti esclusi?

di Silvia Garambois

17/10/2008

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