
Un ragazzo di quasi cent’anni
Un ragazzo di quasi cent’anni. Questo era Vittorio Foa, che è morto lunedì 20 ottobre, a Formia, dove ormai viveva da tanti e tanti anni. Era nato a Torino nel settembre del 1910. Combattente antifascista (passò otto anni in carcere, a Civitavecchia), deputato alla Costituente, sindacalista, uomo politico, giornalista, storico, Foa ha attraversato tutto il “secolo breve” da protagonista e da osservatore, in entrambe le vesti con un atteggiamento mai passivo o banale, curioso del nuovo e sempre pronto a mettere in gioco antiche certezze quando non erano più utili a capire, sempre pronto a quella “mossa del cavallo” che spiazza l’avversario e ti rimette in gioco, sulla scacchiera e nella vita.
Altri, più dotti, in queste ore tratteggiano la figura del politico, dello storico, del “padre nobile della sinistra”. E colpisce un’attenzione relativamente ridotta al significato e all’importanza della sua esperienza di sindacalista, a quello che ha dato e a quello che ha ricevuto dalla Cgil, della quale è stato un dirigente di spicco per oltre vent’anni, lavorando a fianco di persone come Di Vittorio (essenziale, come lui stesso riconosceva, nella sua formazione: “Il ricordo di Di Vittorio è per me - come disse in un’intervista a Rassegna Sindacale - quello di un maestro, l’unica persona verso la quale io mi senta debitore nella mia formazione politica”), come Santi, Lama, Trentin.
Personalmente ho conosciuto Foa tanti anni fa, almeno venti, ma forse qualcosa di più. Una rivista con la quale collaboravo (si chiamava IS, ed era il periodico della Filis, il sindacato Cgil dell’informazione e dello spettacolo da cui poi sarebbe nata la Slc) mi chiese di intervistarlo. Andai a trovarlo a Formia insieme a Peppino Trulli (che della Filis era il “numero due” ed era uno dei “ragazzi” di Foa, uno dei sindacalisti della Cgil cresciuti alla sua scuola). L’accoglienza fu calorosa e, dopo un po’, cominciammo l’intervista. Non ricordo più esattamente il tema dell’intervista - mi sembra si trattasse dell’innovazione tecnologica e delle sue conseguenze sul lavoro e sulla vita delle persone -, ma ricordo ancora il mio stupore davanti all’andamento dell’incontro. Mi ero preparato diligentemente, con un mucchio di domande sicuramente intelligenti nel taccuino, ma le cose andarono diversamente da come mi aspettavo. Foa rovesciò le regole. Io facevo le domande ma lui un po’ rispondeva e un po’ mi rigirava le domande, introducendo magari altri temi. Ed era davvero interessato a quello che io, giovane cronista ancora inesperto, avevo da dire.
Ho ricordato questo episodio perché mi sembra racchiuda più facce di una persona impossibile da dimenticare. Quella curiosità, quella disponibilità, quel gusto di ragionare assieme, quel mettere in discussione gli stereotipi, che l’hanno conservato un ragazzo anche alle soglie del secolo di vita. Oggi che ci ha lasciato, il mondo è davvero un po’ più povero. E più vecchio.
di Enrico Galantini
21/10/2008
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