
Assalti all’informazione
Queste non sono “ragazzate”. E non sono solo un gruppo di scalmanati, ultrà del calcio veloci a menar le mani e la cinta dei pantaloni. Non mettiamoci l’anima in pace con una dichiarazione di solidarietà, perché in fondo hanno solo imbrattato una macchina. O hanno dato l’assalto ad uffici dentro ai quali non c’era più nessuno, saltando i tornelli davanti a una guardia notturna basita. O hanno fatto una scritta carogna su un muro.
E anche se assaltano la Rai quando ormai è deserta, ripresi dalle telecamere a circuito chiuso, o se fanno scritte oscene e disegnano svastiche e falli sulla macchina di un giornalista come nei cessi di un’autostrada, non sono solo degli ignoranti caciaroni. Fa paura pronunciarle le parole giuste: queste sono “azioni squadriste”. Sono squadristi. Che prendono di mira i giornali e i giornalisti che più apertamente denunciano le loro violenze.
In questi ultimi giorni si sono susseguiti gli atti di minaccia e di intimidazione: il Tg3, il direttore di “Repubblica”, un giornalista Rai. Assalti a volto coperto o scritte e ingiurie notturne. E rivendicazioni. Non facciamoci l’abitudine. Non arriviamo a considerare “normale” quello che normale non è, un paese con i giornalisti presi di mira, che entrano in redazione guardandosi le spalle, che trovano parole di minaccia scritte sui muri delle scale, sulla propria macchina, sul muro di fronte.
Tra le doti del buon giornalista nessuno ha mai messo il “coraggio”: e invece ci vuole anche quello, e solo per raccontare, per testimoniare la realtà.
Giovanni Spampinato è morto perché raccontava storie di mafia. Roberto Saviano è esule in patria per aver denunciato fatti di camorra. E non è il solo giornalista a vivere sotto scorta. Ma ora persino per informare su una manifestazione di piazza senza infingimenti ci vuole “coraggio”? Per mostrare le foto e le immagini di un avvenimento pubblico?
L’elenco dei giornalisti morti ammazzati nel mondo anche quest’anno è impressionante: cinquantatré. E solo una decina di loro in guerra. Gli altri sono morti in Paesi dove il giornalismo è cosa scomoda. L’Italia invece ha scritto nella sua Costituzione che l’informazione è uno dei fondamenti della sua democrazia. Per questo una macchina imbrattata con svastiche e oscenità è così grave: è una offesa alla scelta di questo Paese di avere libera, autonoma, buona informazione. Perché la libertà di stampa è scomoda per chi vuole agire nell’ombra: i potenti, che cercano di imbrigliarla con leggi-bavaglio; le mafie, che cercano di zittirla. E ora queste squadracce che non vogliono riflettori puntati addosso alla loro violenza.
di Silvia Grambois
10/11/2008
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