Chiaro e forte

- Scritto, dipinto o raccontato, il messaggio del popolo dell’Università esprime tutta la sofferenza di chi è impegnato quotidianamente per una conoscenza libera e responsabile. Un linguaggio al pari con i tempi correnti e pieno di fantasia espressiva

Un piccolo dinosauro (di cartapesta) portato “a cavalluccio”, come un bimbo, da un giovane ricercatore: “Contro la fossilizzazione della cultura”, è spiegato nello striscione portato dai suoi colleghi geologi, all’ultima manifestazione contro i tagli della “133”, sabato scorso per le strade di Roma. Un altro ricercatore, in camice bianco, più prosaicamente porta un volume “accoltellato” e sanguinante. Un altro ancora indossa a mo’ di copricapo un cervello “schiacciato” sotto il tacco dello stivale d’Italia. Un gruppo di ragazze, quelle dell’“alta formazione artistica”, indossa degli enormi mascheroni.
La protesta non è più soltanto fatta di slogan, di fischi, di uomini (e donne) sandwich: universitari e ricercatori raccontano “per immagini” come in un fumetto, la sofferenza dello studio e della ricerca.
Hanno patito e non capito la disattenzione dei media, che non li stava a sentire, che per lo più snobbava i grandi numeri della protesta, che relegava in articoli distratti le affollatissime assemblee, le lezioni di piazza. E hanno cambiato metodi di comunicazione: ora se le scrivono addosso le loro ragioni, sulle magliette, racchiuse in slogan incisivi (come quello dedicato a Berlusconi: “Se c’hai i capelli lo devi alla ricerca”), per dirlo direttamente, semplicemente, cosa sta succedendo: che senza la ricerca sulle particelle elementari che si fa a Trieste, per esempio, non si va avanti sulla battaglia al tumore al seno. E questo - se non lo capisce il ministro Gelmini - i cittadini lo capiscono al volo.
Un modo di comunicare diretto, efficace, anche pieno di intelligenza e fantasia: ma che nessuno parli di nuovo di “fantasia al potere”, come negli anni Settanta. Che nessuno parli loro del’68. Semplicemente, non erano nati: e per loro - generazione di internet e degli sms - questa distanza temporale è abissale, come quella che separava noi cinquantenni dai nostri nonni che raccontavano di tempi in cui le strade non c’erano, le corriere arrancavano e le lettere ci mettevano settimane ad arrivare.

di Silvia Garambois

17/11/2008

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