
L’incomprensibile scippo del “diritto soggettivo”
C’è qualche cosa di incomprensibile in questa vicenda dello scippo del diritto soggettivo praticata nella finanziaria del 2009, a cominciare dalla natura di “botta a freddo”, dal modo in cui è stata inserita di soppiatto, di notte. Ma molto più incomprensibile è, se è vero quello che Tremonti ha detto a Fini in presenza dei direttori dei giornali di partito, secondo i quali lo stesso Ministro si sarebbe ricreduto e penserebbe di fare marcia indietro, perché non ha emendato subito il testo in discussione, senza porsi un ulteriore problema di dover scegliere tra il “mille proroghe”o qualche altro dispositivo da emanare il prossimo anno per la correzione differita? Così come appare incomprensibile perché abbia anticipato al 2010 quello che era previsto per il 2011? Perché abbia cassato il lavoro del Sottosegretario Bonaiuti sul Regolamento, delegittimandolo?
Continuiamo a mantenere l’incertezza, anzi, a voler mantenere il dubbio, anche quando ci capita di leggere altri stralci di quella telefonata in diretta: quando si sarebbe detto che il Ministro condivideva “la necessità di recuperare [il diritto soggettivo ma] che il Governo sceglierà… [che] Il ripristino non sarà indiscriminato…[che] il Governo valuterà i casi più macroscopici di abuso”. Non vogliamo, in altri termini, credere che il Ministro pensi, con questo colpo di mano, di introdurre la discrezionalità assoluta dell’Esecutivo nella scelta dei soggetti destinatari dei contributi, di andare al di là di quanto già contenuto nel Regolamento di Bonaiuti (e da noi sempre contestato) che sottraeva al Parlamento la definizione dei criteri di accesso ai contributi delegandolo ad una norma regolamentare facilmente modificabile da questo e dagli altri Esecutivi..
Non vogliamo neppure credere che si sia pensata questa soluzione per “semplificare” ulteriormente l’obiettivo del Regolamento semplificante che evidentemente non incontra il consenso del Ministro, forse per i tempi della sua approvazione, forse per quel minimo di confronto democratico che prevedeva o forse per quel passaggio consultivo che si era riservato, comunque, il Parlamento.
È per questo che abbiamo chiesto al Ministro di “ravvedersi” subito in modo da ridurre i fraintendimenti, e evitare che un lasso più o meno lungo di attesa della norma attivi un “mercato” dei favori dell’Esecutivo che non può che essere imbarazzante per lo stesso Ministro Tremonti e che comunque scatenerebbe una inutile guerriglia di cui non potrebbero che avvantaggiarsi quelli che non riescono a capire che cosa sia il pluralismo e a che cosa serva se non a spendere soldi pubblici. Non vorremo che si cogliesse questo intervallo di discrezionalità assoluta per separare, per esempio, i giornali di partito da quelli cooperativi e introdurre categorie “incomprensibili” come la “tradizione culturale” delle testate. L’informazione sostenuta dalle risorse pubbliche, in ottemperanza del dettato dell’art. 21 della Costituzione, ha bisogno di criteri oggettivi semplici - semplici che consentano a tutto il settore di non subire e pagare in termini di credibilità e di autorevolezza casi indifendibili di inconsistenza informativa, nella diffusione o nella organizzazione produttiva o su tutti i fronti. Situazioni insostenibili che si riflettono vicendevolmente sui giornali di partito o su quelli cooperativi e mettono in discussione le ragioni stesse dell’accesso ai contributi e al loro ruolo; che alimentano il solito ritornello di “tornare al mercato” per un bene, quale l’informazione, che giustamente molti, a cominciare dalla Comunità Europea, non ritengono un bene di mercato. Senza considerare che in Italia questo “mercato” produce patologie inaccettabili perfino in un “non mercato”, come l’oligopolio che manovra la pubblicità o le dinamiche concentrative che avranno la possibilità di arrivare al parossismo quando l’anno prossimo cadrà il divieto per gli editori televisivi di possedere testate a stampa.
Il ritardo nel ripristino del diritto soggettivo avrà per di più conseguenze disastrose sul piano gestionale sin dai giorni del prossimo anno, se solo si pensa che in assenza di qualsiasi “certezza” ci vorrà un bel coraggio da parte dei CdA a programmare le attività e occorreranno banche capaci di scontare l’indefinito. In ogni caso anche se si riuscisse ad indebitarsi sarà impossibile appostare nei bilanci crediti “credibili” tali da consentire la certificazione dei revisori (non occorre ricordare che la certificazione è condizione indispensabile ai fini della presentazione della domanda di accesso ai finanziamenti).
È evidente che non possono che essere state tutte queste considerazioni a far rivedere il giudizio del Ministro sul cosiddetto “diritto soggettivo”. Almeno lo speriamo. Così come speriamo che sia convinto che l’unica strada che consente di dimensionare in modo credibile e ammissibile il fondo per l’editoria non possa che essere l’adozione di criteri oggettivi come la consistenza delle redazioni, la presenza di giornalisti in regola contrattuale, la distribuzione nei canali specifici. Questa rigorosità che non è altro che “qualità” dell’offerta informativa, può consentire di isolare i casi insostenibili, di attivare la vigilanza degli stessi operatori consapevoli della pericolosità di casi inaccettabili e indifendibili.
Non è un caso che Mediacoop in tutti questi anni abbia sostenuto la rigorosità dei criteri e la trasparenza delle forme organizzative, consapevole che questa politica poteva apparire anche incongrua ad una lettura puramente lobbistica del suo ruolo, ma convinta che tutti avevano da perdere senza quella rigorosità nei criteri e nei comportamenti.
di Mario P. Salani, presidente Mediacoop
21/12/2009
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