
L’altra metà della crisi
Il Governo dice che i “signori dei numeri” sono “scorretti”: l'Italia che viene dipinta da Bankitalia (ma anche dall'Istat, dall'Isfol, dai diversi istituti di ricerca), nelle tabelle fitte fitte di cifre e percentuali, non è quella che vorrebbe il ministro Sacconi, non è quella che ci racconta Berlusconi. Ogni dieci persone un disoccupato (o cassintegrato, o scoraggiato tanto da non cercarlo neppure più il lavoro), questo dicono i numeri: è quello che si chiama decimazione.
In questo quadro - e diremmo, a cuore stretto: finalmente - l'Istat lancia l'allarme lavoro femminile: nel mercato del lavoro, scrive nel dossier annuale, “permangono notevoli differenze di genere: le donne occupate sono il 47,2% della popolazione di riferimento, gli uomini il 70,3%”. Siamo lontanissimi dagli obiettivi di Lisbona, che guardano alla parità dei sessi, ma siamo molto lontani purtroppo anche dagli obiettivi quotidiani, quelli che guardano al borsellino quando si va a fare la spesa. Assai più della metà delle donne nel nostro Paese non ha un lavoro remunerato: e troppe fra loro sono giovani, hanno studiato, nutrono speranze e sogni; troppe sono state scalzate fuori dal mercato del lavoro per aver avuto l’“ambizione” di metter su famiglia, e non riescono a rientrare; troppe, ributtate a casa dalle crisi aziendali, si ritrovano ormai l'età anagrafica contro e maledettamente lontana quella della pensione.
La recessione é tornata ad allargare la forbice tra uomini e donne: e questo vale sul mercato del lavoro non solo italiano ma dei 27 Stati membri della Ue.
Per quel che riguarda l'Europa negli ultimi dieci anni erano stati fatti grandi passi in avanti sull'occupazione femminile, grazie a legislazioni che, in diversi Paesi, sono venute in aiuto alle donne: asili nido, sgravi sulle colf, part-time agevolato, i vaucher utilizzati come moneta di scambio di servizi e non come stipendio. Il risultato è sulla carta: sei milioni di posti di lavoro in più per le donne in Europa (su otto complessivi). Svezia e Danimarca a un passo dall'obiettivo-parità. Poi, nel 2009 il tracollo: il tasso di disoccupazione femminile è balzato dal 7,4% del maggio 2008 al 9% del settembre 2009. Tanto che il Consiglio Ue di primavera ha già in agenda il problema del “gender gap” occupazionale.
Le donne italiane sanno che di queste analisi a loro riguarda soprattutto il capitolo “disoccupazione”: gli obiettivi di parità sono lontanissimi, mentre di politiche a favore delle donne-lavoratrici non se ne parla neppure. L'indagine dell'Istat su “Le difficoltà di (re)ingresso e permanenza nel mercato del lavoro delle donne” che è stata pubblicata ora, ma riguarda il 2007, cioé prima della crisi, ha dato l'allarme: le donne che mettono su famiglia vengono tagliate fuori dal mercato del lavoro. Carriere alla cenere. Part-time e stipendi all'osso. Nessuna struttura d'appoggio. La supplenza dei nonni, quando ci sono, alle carenze pubbliche. La difficoltà di conciliare attività lavorativa e lavoro domestico. Come dire: tutte cose che le donne sanno sulla loro pelle. Ma che adesso sono “certificate”. Ci voleva l'Istat perché sui giornali il lavoro delle donne diventasse un tema nazionale. Perché non fosse più solo “cosa da donne”.
di Silvia Garambois
18/01/2010
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