
Senza lavoro che vita è?
E’ morto per il lavoro che non c’è Sergio Marra, 36 anni, operaio a Zingonia, in provincia di Bergamo. Si è dato fuoco sabato mattina, un cielo plumbeo, aria da neve. Ha raggiunto in auto la zona industriale di Brembate, è sceso, si è cosparso gli abiti di benzina ed ha acceso l’accendino. Per la gravità delle ustioni lo hanno portato prima a Bergamo e poi a Verona dove non ce l’ha fatta.
La vicenda, nascosta dalle televisioni nazionali, Rai e Mediaset, ha commosso i suoi compagni, il suo sindacato.
Non è stato il primo a cadere in una cupa depressione dopo aver perso il lavoro, fino al suicidio, e, temo, non sarà nemmeno l’ultimo. Ed ecco che i dati drammatici dell’Istat, della Confindustria, dell’Inps, della Cgil sull’aumento della disoccupazione diventano uomini e donne, giovani e meno giovani, volti, teste e cuori. Suonano pesanti come pietre le parole di Luigi Bresciani, segretario della Cgil di Bergamo, che ha giustamente stigmatizzato le inadeguatezze della società ed ha sollecitato lo stesso sindacato a fare di più. “Ci aspettano mesi sempre più difficili - ha aggiunto Bresciani - la gente non deve essere lasciata sola. Non è vero che la crisi è finita, Bisogna creare una rete di solidarietà e di aiuto alle famiglie in difficoltà. Una responsabilità che è delle istituzioni, della politica, dello stesso sindacato”.
Molto giusto: credo che, però, qualcosa si stia muovendo, che le dure proteste operaie, la lotta della Cgil, ma anche le tragedie come quella di Sergio, stiano mobilitando la maggior parte delle coscienze. Il lavoro, l’occupazione non possono essere temi residuali della crisi economica ed industriale, ne devono rappresentare l’aspetto centrale, devono essere la ragione e l’obiettivo dell’azione del governo, anche dell’attuale esecutivo sedicente liberale. Non è più soltanto un pugno di sindacalisti a pretenderlo: è la società intera, laici e cattolici, intellettuali, cittadini, a chiedere interventi più efficaci. E’ la massima autorità spirituale per molti italiani (lavoratori, ma anche imprenditori e ministri), il Papa, a chiederlo. Il governo e i manager d’impresa devono capire che così non si può andare avanti e che occorre una nuova solidarietà sociale per superare la crisi.
di Paolo Serventi Longhi
03/02/2010
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