
Italia, nuova frontiera di Emergency
Da un anno Emergency ha aperto un presidio medico a Palermo, dove ha già curato gratuitamente centinaia di persone, senza chiedere documenti, nazionalità, dialetto; ma Gino Strada e i suoi volontari – infermieri e medici - sono già pronti ad aprire poliambulatori in altre sedici città italiane. Una notizia che fa riflettere, amaramente. L'emergenza è tra noi.
Emergency, fino a ieri, significava Sudan. Significava Afghanistan. Per “offrire assistenza medico-chirurgica gratuita e di elevata qualità alle vittime civili delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà”. E infatti dal ‘94 ad oggi è intervenuta in quindici Paesi sparsi nel mondo povero e in guerra, è diventata partner delle Nazioni Uniti per il suo lavoro di pace. E ora, in Italia? Questa dunque, è diventata l'ultima frontiera... L'idea guida di una “medicina basata sui diritti umani” ha riportato i medici volontari di Gino Strada prima nella Sicilia degli sbarchi, ora a cercare di aprire i propri presidi nelle Rosarno d'Italia.
Le iniziative per la giornata dei migranti (“Una giornata senza di noi”: quale manifesto migliore per rivelare il valore della convivenza, dell'integrazione?) stanno alzando pesanti veli su cosa è diventata la nostra Italia, dove i migranti non hanno accesso neppure ai servizi della medicina di base perché “clandestini”, o comunque emarginati, tenuti lontani. Una emergenza umana prima che sanitaria. Un Paese che non si riconosce più...
Non eravamo quelli del “volemose bene”? Non eravamo quelli con un posto a tavola in più? Quando è successo che abbiamo smesso di dare il buongiorno alla barista, che abbiamo dato una spallata a chi ci ostacolava sul marciapiede, che abbiamo buttato a terra una cartaccia dove era appena passato lo scopino? Quando è successo che abbiamo incominciato a pensare e poi dire ad alta voce, e poi a sbraitare che i poveri puzzano, che gli stranieri non si lavano, che forse è maleodorante anche chi non la pensa come noi?
I nostri nonni erano migranti. Poveri. Solidali. Forse, adesso, proviamo anche vergogna di loro?
di Silvia Garambois
01/03/2010
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