
Quelli che lo Statuto è un ferrovecchio
Diciamolo in premessa: ciascuno celebra i suoi anniversari come meglio crede. Ci mancherebbe altro. E nessuno dovrebbe metterci il naso. Certo quando l’anniversario non è una ricorrenza strettamente privata, magari le cose sono un po’ diverse.
Prendete quello che è successo giovedì scorso. Il 20 maggio del 1970, quarant’anni fa, veniva approvata la legge 300, lo Statuto dei diritti dei lavoratori (sì, si chiamava e si chiama ancora così, anche se tutti si dimenticano la parola “diritti”, e chissà se è un caso). Quarant’anni dopo, Cgil Cisl e Uil hanno celebrato la ricorrenza con tre diversi convegni, due nella mattinata (Cisl e Uil) e uno nel pomeriggio (Cgil). L’ennesima divisione, e del resto questa, come dimostra la vicenda del ddl sul lavoro e sull’arbitrato, è da tempo una materia che divide, tant’è che Raffaele Bonanni, nel suo appassionato intervento unitario al congresso della Cgil a Rimini, ha elegantemente glissato su questi argomenti.
Dei tre appuntamenti, senza dubbio il più “originale” è stato quello targato Uil. Un’iniziativa in collaborazione con la Fondazione Craxi, alla quale, a leggere i nomi degli intervenuti, la confederazione di Via Lucullo ha ceduto la parte del leone: una delle introduzioni al sottosegretario Stefania Craxi, la partecipazione alla tavola rotonda del ministro Brunetta e del governatore della Campania Caldoro, le conclusioni del ministro Sacconi. Tutti ex socialisti che hanno fatto da tempo la scelta del centrodestra. La casa dei riformisti, dicono. Contenti loro…
Sacconi (al quale non sarebbe certo possibile attribuire la famosa frase del suo lontano predecessore Brodolini: “da una parte sola, quella dei lavoratori”) ovviamente ha utilizzato l’occasione per ripetere la decisione (ribadita anche in un’intervista al Corriere della Sera) di mettere in soffitta al più presto lo Statuto (dei diritti) dei lavoratori per fare lo Statuto (senza diritti) dei lavori. Un ottimo modo per celebrare la legge 300, non c’è che dire. Certo ci vuole un bel coraggio per un sindacato per far concludere un convegno sui quarant’anni dello Statuto a chi da tanti anni ha l’idea fissa di cancellarlo. Un po’ come chiedere alla Lega di celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia…
Come ci vuole un bel coraggio per venire a Rimini e pronunciare un appassionato discorso sulla necessità dell’unità sindacale, come ha fatto Bonanni, e poi partecipare tranquillamente a più di un incontro con il governo (organizzati dal solito Sacconi) dal quale la Cgil viene esclusa a priori. Sono tempi strani, non c’è che dire. Tempi duri anche per chi, come chi scrive, è testardamente e monotonamente convinto che all’unità (d’azione) non c’è alternativa, se si vogliono difendere al meglio i diritti e le condizioni lavoratori. Tempi nei quali anche l’ottimismo della volontà appare insufficiente. A meno di non avere l’incrollabile fede di chi, diciotto secoli fa, scriveva (a proposito di cose decisamente più impegnative): “Credo quia absurdum”. È assurdo, ma proprio per questo ci credo. Noi quella fede non l’abbiamo. Ma vogliamo crederci lo stesso (nell’unità). Perché l’alternativa, quella che abbiamo sotto gli occhi tutti i santi giorni, non ci piace proprio.
di Enrico Galantini
22/05/2010
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