
La lezione di Pomigliano
Tutto come previsto, ma fino a un certo punto. I sì alle richieste della Fiat (è improprio definire accordo un documento su cui non c’è stata trattativa) hanno vinto, ma non è stato il plebiscito che molti si aspettavano. La partecipazione al voto a Pomigliano d’Arco è stata altissima: 4.642 i voti espressi su 4881 aventi diritto, un’affluenza record del 95%. I favorevoli sono stati 2.888, pari al 62,2%, i no 1.673, pari al 36%, 81 le schede tra bianche e nulle. Non la “stragrande maggioranza” di cui si parlava sul sito di Conquiste del lavoro (il quotidiano Cisl) a urne appena chiuse, ma una maggioranza netta. Come è netta e consistente la minoranza di chi, nel segreto dell'urna, ha rifiutato il ricatto della Fiat (con buona pace di chi, come Walter Veltroni si è arrampicato sugli specchi per sostenere che tale non era). Non sappiamo se il paese si è risvegliato “più moderno”, come ha dichiarato subito (con l'intelligenza e la misura di sempre) il ministro Sacconi, paragonando il sì di Pomigliano al risultato del referendum sull'accordo di S.Valentino nel 1985. Quello che ci sembra corretto dire è che il voto ha messo in luce la fame di lavoro che c'è al Sud ma anche il rifiuto di veder calpestati i proprio diritti. “I sì per il lavoro e i no per non cancellare i diritti”, come ha sintetizzato nel suo primo commento a caldo Susanna Camusso, vicesegretaria generale della Cgil, che chiede alla Fiat di confermare a questo punto l'investimento e avviare la produzione della Panda a Pomigliano, auspicando allo stesso tempo la riapertura di una trattativa “per un'intesa condivisa da tutti”. Al momento in cui scriviamo non ci sono state ancora reazioni da parte Fiat. A occhio e croce il risultato non dovrebbe essere quello che Marchionne auspicava. E l'esito potrebbe rafforzare i fautori del piano C, quello che prevede la chiusura dello stabilimento e la riapertura di una nuova società, con la riassunzione di chi accetterà nel proprio contratto individuale delle clausole del documento Fiat. Ma l'amministratore delegato del Lingotto ha dimostrato più volte di essere uomo pragmatico. Se ha interesse a produrre in Italia (e mantenere una forte presenza nel mercato del proprio paese è una scelta che tutti i grandi produttori hanno fatto e fanno), potrebbe essere l'occasione buona per cominciare a trattare sul serio. Nessuno s'illude. Fiat ha sempre il coltello dalla parte del manico. Ma il rispetto per gli interlocutori è il primo passo per rapporti finalmente civili. Cosa che anche il ministro del Lavoro di un paese moderno dovrebbe capire.
di Enrico Galantini
23/06/2010
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