
Ancora con la storia degli iperprotetti!
Domenica 18 sera da Fabio Fazio il superministro Passera ha tranquillamente smentito la sua collega Fornero che continua a dire (vedi l’intervista al Corriere della Sera della stessa domenica) che la stretta durissima sulle pensioni, con l’abolizione repentina dell’anzianità e l’aumento della vecchiaia per le donne è un atto di giustizia nei confronti dei più giovani (affermazione già di per sé opinabile se non addirittura carente nelle premesse, con un di più di ideologia e di demagogia che non ci si aspetterebbe da componenti di un governo tecnico).
No, Passera lo ha detto chiaramente: dovendosi recuperare trenta miliardi strutturali con cui costruire la manovra e “mettere in sicurezza il paese”, ed essendo la voce pensioni la più consistente nella spesa pubblica, rimandare da un giorno all’altro di svariati anni il pensionamento di migliaia e migliaia di persone è stato il modo di recuperare risorse attraverso tagli alle spese e non attraverso tasse.
Non era tanto una questione di giustizia intergenerazionale, insomma, e neppure di equilibrio del sistema, del resto già riformato pesantemente più volte negli ultimi vent’anni. No. La necessità era quella di fare cassa e di dare un messaggio forte ai mercati e ai colleghi europei, quegli stessi colleghi europei che nella maggioranza attuale continuano a sbagliare ricette e misure, senza riuscire a far quel salto di qualità senza il quale non c’è avvenire per il vecchio continente, senza il quale i mercati e le agenzie di rating continueranno a fare strame dei nostri sacrifici e di quelli degli altri paesi dell’Unione.
Per questo, adesso che si avvicina il momento della discussione sul mercato del lavoro i sindacati sono giustamente allarmati e sono scesi sul piede di guerra. Perché si capisce che, ancora una volta, l’attenzione di questo governo si sta appuntando sull’oggetto sbagliato. Che senso ha parlare di totem per l’articolo 18 e puntare tutta l’attenzione sulla rigidità nell’uscita dal lavoro (eufemismo per licenziamenti), quando semmai si tratta di rovesciare i termini dell’approccio e di concentrarsi sulle tante forme fantasiose di accesso al lavoro, sulla precarietà eletta a sistema e sul basso costo del lavoro precario? La scusa sarà che di rigidità nell’uscita si parlava (in modo sbagliato) nella famosa lettera della Bce a Berlusconi? Saranno prese a pretesto, ancora una volta, le ricette sbagliate dell’Europa? E perché, quando si parla di flexsecurity, l’accento finisce sempre sulla “flex” e non sulla “security”? O quando si parla di modello danese raramente si dice quanto costi quel modello e quanto costerebbe in una realtà come quella italiana?
P.S. Dulcis (si fa per dire) in fundo. Non so voi, ma a me, quando leggo del "solito segmento iperprotetto" che "forse non bisognerebbe più tutelare al 100%" mi viene un urto di nervi. Occorre un po’ più di rispetto della realtà e della gente, che diamine…
di Enrico Galantini
19/12/2011
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